Barefoot running, a piedi nudi nel parco

a piedi nudi

di Francesco P. Mancini   18 agosto 2014 – Togliersi le scarpe e assaporare la libertà: come fa Paul (Robert Redford) nel  Washington Square Park del Greenwich Village a New York dopo una difficile convivenza con la moglie Corie (Jane Fonda) nel film ‘A piedi nudi nel parco’, del 1967. La ‘liberta’ di Paul durerà poco, e resterà funzionale all’istituto familiare perché la romantica Corie lo rivorrà con sé proprio perché ‘scalzo’. Ma il gesto, ambientato nel quartiere degli Artisti durante la Contestazione, e citato in seguito nel momento della ‘conversione’ dello spietato manager Edward Lewis (Richard Gere) nel film ‘Pretty Woman’ del 1990, è rimasto come simbolo di liberazione: che la Crisi, e la nuova contestazione morale verso il sistema economico che l’ha determinata, ha reso di nuovo attuale.

Con il nuovo boom della economica ed essenziale corsa, in Italia sta nascendo un approccio naturale al ‘running’, meno competitivo e più orientato al wellness attraverso la Corsa Naturale, la Ginnastica Bioenergetica ed il Chi-Running. I negozi sportivi offrono nuovi modelli dei grandi marchi di scarpe ‘minimal’, comodi e flessibili, fra i quali le ‘FiveFingers’. Ma, soprattutto, sugli scaffali delle librerie sono arrivati da poco (con Sperling & Kupfer) Nati per Correre, traduzione italiana di Running whit the Kenian del maratoneta-giornalista inglese Adharanand Finn e poi (con Mondadori) l’edizione italiana di Born to Run, testo rivoluzionario sul running scritto dal giornalista di Men’s Health Christopher McDougall. E con esso è arrivata dagli States l’origine stessa di quella che, nello sport oggi più diffuso, è una autentica rivoluzione. McDougall pubblica infatti il suo best seller post-crisi nel 2009. Parla del boom della corsa nei periodi di grandi difficoltà sociali, come durante la Grande Crisi del 1929. Prende spunto dai traumi ortopedici collezionati dall’aspirante maratoneta, l’autore stesso McDougall, come simbolo di quelli socio-economici della società americana. Suggerisce fra le righe un parallelo metaforico tra le scarpe da running superstrutturate e le cause della crisi, in fondo dovuta ad una sovrastrutturazione finanziaria dell’economia reale. E racconta del popolo messicano dei Tarahumara, che per spostarsi corrono scalzi per giorni e notti interi sulle Barrancas della Sierra Madre senza infortunarsi mai; ma anche dei Boscimani del Kalahari, dei Keniani, dei monaci Giapponesi, dei corridori dell’Himalaya. E sollecita la memoria della nostra stessa storia, quando spostarsi a piedi, e senza scarpe super elaborate né necessità di cure mediche, era la normalità.

Il libro di McDougall segna un ‘prima’ ed un ‘dopo’ la sua pubblicazione. Subito, nei parchi e sulle strade degli States, compaiono e si moltiplicano i corridori ‘barefoot’, cioè a piedi nudi. Dalla edizione del 2010 in poi, alla Maratona di New York aumentano anno dopo anno i corridori scalzi. I produttori di calzature del ricco mercato Usa e non solo corrono immediatamente ai ripari: controbattono con video e documentari di indigeni che portano, almeno, calzature leggere e si precipitano a produrre modelli ‘somiglianti’ a quelle calzature, meno strutturati, più ampi e flessibili, spesso simili se non identici a quelli in voga negli anni ’80 e ’90. Anche da noi, sull’onda ‘vintage’ e prima di una comprensione delle ragioni funzionali della ‘riscoperta’ dei vecchi modelli, torna fra gli altri sugli scaffali un vecchio modello da trial di un marchio europeo, a suo tempo unica risorsa per il trialisti, traforato e con tacchetti cilindrici sotto le suole. Spinto come moda, resta un fenomeno di moda. Negli States invece, dove da anni la scuola Barefoot era guidata mediaticamente già da tempo dal ‘mitico’ Ken Bob Saxton, il caso assume crescente importanza negli studi scientifici di molte Università americane: ‘centrali culturali’ che a differenza delle nostre portano avanti teoria e pratica insieme e dispongono sia di campi sportivi che di laboratori scientifici; ed investe, fra le altre, discipline come l’ortopedia, la fisiologia e la neurologia con conclusioni divergenti, creando nuove scuole di pensiero a favore della corsa naturale.

I runners italiani escono dalle solite ‘scarpe culturali’ e approdano alla corsa naturale grazie ad una serie di influssi diversi: il libro di McDougall oggi, ma prima ancora i nuovi modelli di calzature e le nuove ‘mode’ della Corsa Naturale e della Ginnastica Bioenergetica. Importante input quello del Chi-Running, raccontato da un omonimo libro di Danny Dreyer che ha determinato un altro fenomeno di tendenza negli States. Il libro, pubblicato in Italia nel 2013 a cura di Gary Brackett,  ‘riporta’ lo stile di corsa entro i canoni del Tai.Chi. Dreyer racconta una corsa ‘leggera’, in armonia con la natura a cominciare dalla forza di gravità, che spiega come sfruttare per una progressione naturale e per una corsa funzionale al benessere. La domanda “corro per fare il record del giro del laghetto o per stare bene?” penetra nel feeling per la corsa di tanti podisti e comincia a sollecitare l’attenzione per la postura: che è fortemente influenzata dal tipo di calzatura o addirittura dalla sua assenza e che, se corretta, è l’unica garanzia di longevità per tendini, legamenti, cartilagini e per lo scheletro. In Born to Run, un’inchiesta al limite tra sport, mercato, scienze mediche ed antropologia, il giornalista McDougall fa una domanda fondamentale: come mai otto ‘runners’ su dieci si infortunano almeno una volta ogni anno mentre i popoli che corrono scalzi, o quasi, non si infortunano mai? E quindi non spendono per nuove scarpe, medici, tutori e soprattutto non interrompono mai i loro allenamenti? La risposta di McDougall è che non si tratta solo di genetica e di adattamento, ma di qualcosa di più importante: postura, calzature, e anche dieta.

Alla fine, Born to Run non sono i Tarahumara, è l’animale-uomo. Siamo tutti noi. Ci siamo evoluti per correre e stare bene fino in tarda età, purché lo facciamo in armonia con la Natura che è fuori e dentro di noi. Se seguiamo questo stile, perfino i tempi non saranno un miraggio: la statistica, registra McDougall, dice che un sessantacinquenne può fare i tempi di un diciannovenne. Lo sanno bene molti runners, anche italiani. Ma soprattutto, come riporta  nel suo best seller il giornalista di Mens’ Health, “Non si smette di correre perché si invecchia, ma si invecchia perché si smette di correre”: firmato Jack Kirk, ‘The Dipsea Demon’, vissuto sino a 100 anni e runner attivo fino alla rispettabile età di 95 anni. E controfirmato da tutti coloro che, pur con tanti decenni alle spalle, vivono ancora bene grazie ad una dieta attenta e a tanto, moderato e quotidiano movimento. Insomma: correre per star bene. E soprattutto: correre via dallo stress, nella natura. In libertà.

©Futuro Europa®

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