Orti urbani contro la crisi: che è anche morale e in città morde più ferocemente

Orti urbani, triplicati in due anni – di Francesco P. Mancini | 31 agosto 2014  L’agricoltura urbana è praticata nel mondo, per motivi di sussistenza, da più di ottocento milioni di persone. Da qualche anno si è diffusa però nei Paesi ricchi, ed in particolar modo in Europa. In Francia, Germania, Inghilterra e nell’Europa del Nord, la pratica degli ‘orti urbani’  ha una storia abbastanza recente, parallela a quella dell’ Italia. Londra, Parigi e Berlino però ospitano associazioni nazionali dei ‘giardini familiari’ e da decenni associazioni di consumatori ed enti della pubblica amministrazione organizzano i lotti disponibili e offrono servizi ai conduttori di orti urbani.

In Italia invece la pratica è rimasta per decenni marginalizzata o ignorata. Ora però i dati Istat diffusi da Coldiretti hanno ‘fotografato’ il fenomeno e rivelato che sono 3,3 i milioni di metri quadrati di terreno di proprietà comunale, divisi in piccoli appezzamenti adibiti ad ‘orti urbani’ ovvero alla coltivazione ad uso domestico, all’impianto di orti e al giardinaggio ricreativo. Nel 2013, gli ‘orti urbani’ in Italia sono addirittura triplicati rispetto al 2011. Effetti della crisi?  Non solo. In realtà, in Italia gli orti urbani vengono realizzati dalle amministrazioni anche per scopo didattico e ricreativo. In più, l’agricoltura urbana è praticata anche da tantissimi privati, che in numero sempre crescente realizzano orti domestici sui balconi, sui terrazzi e persino all’interno delle abitazioni. Le piante da orto, disposte ad arte in aiuole o sulle pareti di saloni e corridoi, diventano arredi, decorazioni, messaggi e simboli di uno stile di vita che vuole integrare la natura nel quotidiano urbano. Quindi non solo crisi. O meglio, non solo gli aspetti strettamente economici della crisi: a favorire la crescita dell’agricoltura nelle città e degli orti urbani è il desiderio di ritorno alla natura che è tipico delle fasi di crisi morale e di rinascita della nostra cultura.

Ecco dunque designer e pubbliche amministrazioni, architetti urbani e arredatori d’interni alle prese con la migliore disposizione nelle aree verdi pubbliche e nelle aiuole delle abitazioni per peperoncini e melanzane, pomodori basilico. E, insieme a loro, vivai, giardinieri e ditte specializzate che in Italia come in Scandinavia, a Roma come a Milano lavorano sulla nuova ‘tendenza’ degli orti urbani. Secondo l’Istat, nel 2013 un capoluogo di provincia su ha messo a disposizione orti urbani per la cittadinanza. Livelli massimi al Nord, con l’81% delle città coinvolte (oltre che a Torino, superfici consistenti sono dedicate anche a Bologna e Parma, entrambe intorno ai 155 mila metri quadrati). Quasi due città capoluogo su tre al Centro Italia. Al Sud invece orti urbani sono presenti solo a Napoli, Andria, Barletta, Palermo e Nuoro. Come spiega Coldiretti, ‘gli ‘hobby farmers’ sono giovani e anziani, esperti e nuovi appassionati, che coltivano piccoli appezzamenti familiari, strisce di terra lungo ferrovie, parchi e campi di calcio, balconi e terrazzi arredati con vasi di diverse dimensioni o piccole aree con acqua e sgabuzzino per gli attrezzi messe a disposizioni dai comuni in cambio di affitti simbolici”. E proprio per aiutare i tanti neofiti la fondazione Campagna Amica promossa dalla Coldiretti sta sostenendo una rete di personal trainer dell’orto.

Ed è proprio nelle metropoli, più dispersive e socialmente disaggreganti delle città di provincia, che gli orti urbani stanno rivelando le loro potenzialità per favorire la solidarietà riducendo la distanza tra giovani generazioni e anziani e per contribuire a far uscire dall’isolamento molte persone della terza età, oltreché per il recupero di una cultura e di una pratica contadina che può coinvolgere le comunità urbane rappresentate tanto dai cittadini, dai comitati, e dalle associazioni quanto dalle scuole. Oltre che nella Capitale, dove molti sono i progetti in cantiere, a Milano restyling completo con orti urbani ai Giardini di transito di viale Montello, alla Cascina S. Ambrogio,  a Niguarda, alla Bovisa (quest’ultimo con il design del Politecnico), e numerosi sono i progetti didattici che coinvolgono le scuole. Sugli orti urbani Torino si è data un regolamento e importanti realtà sono nate a Mirafiori, ma anche nella centralissima Cascina Quadrilatero, fra l’altro luogo-simbolo della movida torinese. A Bologna più di venti aree comunali sono state assegnate ai cittadini, sono presenti circa 2.700 orti urbani e naturalmente qui, unico caso in Italia, sugli orti urbani è stata fondata una cooperativa fra cento soci fruitori che ha anche assunto tre lavoratori a tempo pieno. A Napoli il Consiglio Comunale ha da poco approvato il protocollo del regolamento per l’affidamento e la gestione degli orti urbani per il recupero dei tossicodipendenti.

Tante iniziative ed esperienze esprimono la pluralità delle motivazioni che hanno portato persone e istituzioni a moltiplicare gli orti urbani in Italia: tutte, però, riunite dal minimo comune denominatore del recupero di spazi comuni a funzioni e simboli essenziali del vivere umano, più drammaticamente carenti nelle città dove la crisi, anche morale, morde più ferocemente: il rapporto con la natura, la produzione comune di cibo e la socializzazione. Funzioni e simboli che sono valori della nostra cultura e della nostra tradizione, offuscati dai falsi miti del boom economico e ora tornati, vincenti, a ricreare le basi della convivenza civile.

©Futuro Europa®

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